• Giglio Reduzzi

Alitalia. La telenovela continua

Spero di aver capito male, ma mi sembra che il governo in carica abbia intenzione di “vendere” Alitalia alla società che promette di accollarsi il maggior numero possibile di dipendenti.

Cioè di ridurre al minimo o, se possibile, annullare gli esuberi.

Spero, ripeto, di aver capito male, perché questa sarebbe una bestemmia bella e buona.

Infatti una società pubblica, o mezza pubblica, come Alitalia, non può, nell’intento di compiacere i potenti di turno, assumere molti più dipendenti di quanti gliene servono, perdere una montagna di soldi (pubblici) ogni anno e per un sacco di anni e, quando finalmente si affaccia un possibile compratore, dirgli, come prima cosa, che i lavoratori non si toccano!

Devo aver capito male.

Se così fosse, il governo dovrebbe limitarsi a cercare il potenziale compratore nelle categorie dei deficienti, oppure dei benefattori miliardari; categorie delle quali però c’è grande penuria; il che spiegherebbe anche l’enorme ritardo accumulato nella ricerca.

Non serve essere economisti per capire che il segreto di ogni imprenditore è trovare la giusta combinazione tra materia prima e manodopera.

In questo caso, tra aerei e personale.

Se, a parità di vettori, Alitalia ha più dipendenti della concorrenza, vince la concorrenza.

Imporre un numero X di persone come variabile indipendente significa aprire le porte ad un sicuro insuccesso.

L’imprenditore deve essere lasciato libero di stabilire autonomamente il giusto mix di materia prima e manodopera.

Piaccia o non piaccia.

Perché nessun imprenditore investe in aree a forte presenza mafiosa?

Perché sa che, prima ancora che abbia iniziato a costruire il capannone, qualcuno gli si avvicinerà “suggerendogli” dove dovrà acquistare il cemento e come potrà assicurarsi contro gli incendi.

Dopo di che gli “suggerirà” quali e quanti dipendenti dovrà assumere.

A parte ogni altra considerazione, tutto ciò sottrae all’imprenditore la libertà d’intrapresa, che è alla base della sua iniziativa.

Per lo meno lo è per il vero imprenditore.

Non certo per quei datori di lavoro che si improvvisano tali solo dove non c’è alcun rischio d’impresa in ballo, ma solo qualche agevolazione, o conoscenza, da sfruttare.

Ne deriva che imporre all’acquirente il mantenimento di un numero esorbitante di dipendenti significa ricorrere a metodi mafiosi che, quand’anche fossero accettati, condannerebbero il compratore al fallimento (come è puntualmente avvenuto sinora), oltre che a sottrargli il gusto della sfida insita nella sua iniziativa.

Meglio sarebbe, in queste circostanze, che il governo prendesse a proprio carico il costo del personale in esubero.

Con o senza il tramite di una “bad company”.

Perché se è vero che l’onere dell’operazione continuerebbe a gravare sulla cittadinanza, è pur vero che, così facendo, l’investitore sarebbe lasciato libero di operare in parità di condizioni con la concorrenza e di fare tutte le scelte che vuole.

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