• Giglio Reduzzi

Arbitrarietà dei confini

Più studiamo la geografia politica e più scopriamo quanto i cosiddetti Stati, salvo pochissime eccezioni, siano delle costruzioni arbitrarie.

Ovviamente, per cogliere l’arbitrarietà, occorre partire dal presupposto che gli abitanti di una determina regione condividano alcuni valori di base, cioè abbiano un minimo di idem sentire.

Ma quali sono i valori di base?

Una volta si diceva che, per essere cittadini di un medesimo Stato, occorreva perlomeno parlare la stessa lingua ed avere lo stesso credo religioso.

Ma questa affermazione non dev’essere totalmente vera, perché esistono Stati, come la Svizzera -di cui tutti dicono un gran bene-, che non hanno nessuna delle due caratteristiche.

Difatti nella Confederazione Elvetica si parlano più lingue e si professano più confessioni religiose.

Neppure la dimensione del territorio sembra avere una grande influenza, perché esistono grandi territori, come l’Argentina, che appartengono ad un solo Stato ed isole, come Hispaniola, che vedono la presenza di due Stati separati (Haiti e Repubblica Dominicana).

Evidentemente entrano in ballo altre considerazioni, anche se non è facile dire quali.

Probabilmente è un mix di varie caratteristiche che, prese singolarmente, appaiono insignificanti.

Come il modo di vestire e quello di mangiare.

Direi che, più di ogni altra cosa, addirittura più delle caratteristiche che sono sempre state considerate basilari (lingua e religione), conti la filosofia di vita.

Per esempio la creatività e l’intraprendenza.

Esaminando in dettaglio le regioni italiane, troviamo che, mentre la creatività appare tipica di tutti gli italiani, l’intraprendenza sembra essere più presente negli abitanti del Nord che in quelli del Sud.

Ciò rende i varesini più simili ai ticinesi che ai napoletani, nonostante l’appartenenza a due Stati differenti.

La somiglianza diventa ancora più evidente quando si prendono in considerazione le abitudini alimentari, che vedono varesini e ticinesi nella fascia “carne & burro” ed i napoletani in quella “pesce ed olio”.

(Le definizioni sono mie e ne rivendico la paternità.)

Ovviamente questo è solo un esempio e neppure tra i principali.

Un modello migliore è certamente rappresentato dalle Valle d’Aosta, dove tutto ricorda più la Francia che l’Italia.

Entrambe le situazioni sono state qui richiamate solo per dimostrare l’arbitrarietà dei confini statali.

Che appare anche maggiore per il fatto che tendiamo, più o meno coscientemente, ad identificare gli Stati con le Nazioni.

Purtroppo così non è, ma non sarebbe male, a mio avviso, che, presentandosene l’occasione, le due entità venissero fatte coincidere.

Per esempio, non sarebbe ora che i Curdi avessero finalmente una loro patria, anziché essere divisi su tre Stati, come sono adesso?

Ora sarebbe il momento giusto.

Forse sarebbe anche il caso che il governo spagnolo prendesse in considerazione il desiderio d’indipendenza della Catalogna, i cui abitanti sono sicuramente lontani anni luce dall’avere la stessa filosofia di vita degli andalusi.

E certamente quando l’Unione Europea fa finta di non vedere il problema dà un’ulteriore prova della sua inutilità.

Nella maggior parte dei casi, l’arbitrarietà dei confini nazionali ha origini storiche.

Nel caso italiano (ma altrove nel mondo esistono casi ancora più clamorosi), i confini venivano spostati a seconda che una guerra venisse vinta o persa: se vincevi ti regalavano un pezzo di terra, se la perdevi te lo portavano via.

Era l’epoca in cui, evidentemente, si attribuiva più valore ai territori che agli uomini che vi risiedevano.

Proprio in questo momento apprendo dal mio amico Tony, canadese, che, nel suo Paese, le recenti elezioni hanno evidenziato, oltre alla tendenza separatistica del Quebec -che era nota da tempo-, anche quella di tutte le provincie occidentali -che invece è una novità-.

Evidentemente stiamo passando da una fase in cui i confini venivano tracciati in base alla potenza del principe ad una in cui viene considerato prevalente l’idem sentire degli abitanti.

Come avrebbe dovuto essere sin dall’inizio.

Il fatto che il passaggio avvenga solo ora è indubbiamente legato all’allentarsi della paura nei confronti dei detentori della forza nucleare.

Si tratta in ogni caso di un passaggio positivo, che, per quanto concerne il nostro continente, Bruxelles dovrebbe incoraggiare, invece di limitarsi a misurare il diametro delle vongole.

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