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  • Immagine del redattoreGiglio Reduzzi

Cambio di Paradigma

Ormai è sotto gli occhi di tutti che, con Papa Francesco, siamo di fronte ad un netto “Cambio di paradigma” rispetto agli insegnamenti dei papi precedenti.

Dove per “paradigma” s’intende il complesso delle linee guida cui pastori e fedeli dovrebbero attenersi (non si sa bene se obbligatoriamente od auspicabilmente) su una serie di temi quali sacramenti, aborto, eutanasia, immigrazione, islamizzazione, omosessualità, ecologia, ecc.

Questi cambiamenti -tutti nella direzione dell’imperante modernismo- hanno attratto le simpatie di alcuni, ma sottratto quelle di molti.

In genere le simpatie vengono da coloro che una volta avremmo chiamato “pecorelle smarrite”, le delusioni dai vecchi cattolici, come me.

Quelli cui l’Università Cattolica, prima di darti la laurea, imponeva il ”giuramento antimodernista”.

Ma il bilancio del nuovo paradigma mi sembra negativo. Chiese e sagrati sono sempre più vuoti.

La simpatia raramente si trasforma in fede.

Il numero dei compagni supera quello degli sposi.

La svolta, benché radicale, ci ha colto tutti impreparati.

La Gerarchia, che si era persino premurata di dirci perché girava l’altare, non ci ha detto niente di questo cambio di paradigma, che, inter alia, prevede tutta una serie di semplificazioni per l’accesso ai sacramenti della Confessione, della Comunione e del Matrimonio.

Forse perché è rimasta essa stessa smarrita e non sa che fare.

So che i teologi ne stanno intensamente parlando tra loro, ma direi che, essendo passati cinque anni, è ora di dire qualcosa anche a noi, comuni mortali.

Non vi pare?

Per esempio Josè Antonio Ureta, autore del libro “Il cambio di paradigma di Papa Francesco”, suggerisce ai fedeli di rifuggire dalle soluzioni estreme, dicendosi certo che si tratti di una svolta pro tempore.

Secondo lui, di fronte ad un chierico di stretta osservanza bergogliana, il fedele dovrebbe astenersi dal giudicarlo (essendo questo compito di un’autorità superiore), ma semplicemente resistergli “con la moderazione propria della legittima difesa”, come pare che anche la Chiesa ammetta (“cum moderanime inculpatae tutelae”).



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