• Giglio Reduzzi

Carola Rackete ci chiederà mai scusa?


Chissà quando Carola Rackete si deciderà a chiederci scusa per averci portato in casa dei delinquenti, sia pure inconsapevolmente e con l’incredibile incoraggiamento di un ex ministro italiano (Graziano Delrio).

E’ infatti di questi giorni la notizia (silenziata dai giornali pro-governativi) che, successivamente allo sbarco, tre dei migranti introdotti in Italia dalla Rackete sono stati identificati come torturatori che operavano nei “lager” libici e che proprio per questa loro attività pregressa sono stati condannati da un tribunale italiano a vent’anni di carcere.

Questa non è un’opinione ma un fatto.

Rientra invece nel campo delle supposizioni il sospetto che, tra le donne sbarcate in quell’occasione, possano essercene alcune che in questo preciso momento bivaccano lungo le vie imperiali in attesa di clienti.

Sospetto peraltro più che legittimo, vista l’abbondanza di donne di colore nell’esercito delle prostitute.

Scuse o non scuse, va da sé che Carola Rackete non può certo essere annoverata (come molti a sinistra vorrebbero) tra i benefattori dell’umanità, quasi fosse la versione femminile di don Oreste Benzi.

Lui non si limitava a togliere le prostitute dalla strada, ma si assicurava che non fossero costrette a tornarci.

Cosa hanno fatto Rackete e Delrio per assicurarsi che, una volta in Italia, queste donne non finissero in strada?

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