• Giglio Reduzzi

Da l'Avana ad Abu Dhabi

Aggiornato il: gen 1

Io non ho né la competenza né l’autorità necessarie per dire che questo Papa sta sbagliando tutto.

Per me egli può fare quello che vuole.

A maggior ragione se gode di una assistenza divina che solo lui ha.

Osservo soltanto (e questo ritengo di poterlo fare) che molto di quanto egli ha detto e fatto in questi ultimi quattro anni mi appare in forte contrasto con il comportamento dei suoi ultimi quattro predecessori.

E non solo a me.

Lo deduco dal fatto che, mentre i presbiteri di prima (sacerdoti e vescovi) si impegnavano con grande zelo a diffondere la predicazione papale, quelli attuali, se va bene, si limitano a difenderla.

Non era mai successo prima che ti dicessero: guarda che ti sbagli, non è come credi, il Papa non ha mai detto questo.

A volte i predetti presbiteri, per giustificare le posizioni del Pontefice, sono costretti a fare i salti mortali. Oppure a far finta di niente.

Quello che non riescono a spiegare, essendo sotto gli occhi di tutti, è che il cambio di paradigma attuato al vertice della Chiesa non ha frenato le fughe dalla pratica religiosa, ma se mai l’ha accelerata.

Infatti ora in chiesa ci vanno solo alcune vecchine, molte delle quali escono tristi scuotendo la testa.

Tra i difensori ad oltranza dell’attuale pontefice troviamo coloro che cercano disperatamente di conciliare i due documenti che Papa Francesco ha firmato, a distanza di soli tre anni l’uno dall’altro, e che appaiono tutt’altro che conciliabili.

Alludo al documento che il Pontefice ha firmato all’Avana il 12 febbraio del 2016 ed a quello, di tutt’altro segno, che lo stesso Papa ha sottoscritto ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019.

Come ricorderete (ma potreste anche non ricordare, trattandosi di episodi che la gerarchia cattolica preferisce ignorare), i due documenti contrastanti sono, rispettivamente, quello (chiamato “Dichiarazione congiunta”) che il Papa sottoscrisse a l'Avana con il patriarca cristiano ortodosso Kirill e quello (noto come “Documento sulla fratellanza umana”) che lo stesso Papa firmò ad Abu Dhabi con il grande Imam Ahmad Al-Tayyeb.

I punti di contrasto sono molteplici.

Nel primo documento, infatti, ritroviamo tutto quello che noi vecchi cattolici ci aspettavamo di trovare: la necessità di difendere le radici cristiane dell’Europa, l’esigenza di salvaguardare i valori della famiglia naturale, la gioia di condividere l’unica vera fede, ecc. ecc.

Nell’altro non troviamo nulla di tutto questo.

L’affermazione che ha destato maggior scalpore (in noi e persino in qualche cardinale) è stata quella secondo cui “le diversità di religione……sono una sapiente volontà divina”.

Come se essere cristiano valesse quanto essere musulmano.

Messi di fronte a simili affermazioni, gli esegeti si sono visti costretti a rispolverare i sofismi di una volta, facendo distinzione tra “volontà (divina) volitiva” e “volontà (divina) permissiva”.

La religione cattolica sarebbe espressione della volontà volitiva. Il credo islamico di quella “permissiva”.

Immagino che per i musulmani valga il contrario.

E che proprio sui questo punto si sia fondata l’intesa tra i due leader.

Alla necessità di rispolverare i sofismi non tutti hanno creduto.

Per esempio non ci ha creduto il cardinale Gerhard Ludvig Müller, il quale ha dichiarato, papale papale, che il Pontefice “sfortunatamente è circondato da persone che hanno poca conoscenza della teologia e dell’insegnamento sociale della Chiesa e conservano la mentalità cortigiana di cent’anni fa.

Pertanto egli ci esorta a pregare perché “questa notte nella vita della Chiesa” finisca al più presto e così vengano abbreviati i tempi della “confusione dottrinale”.

A differenza del cardinale, che pagherà caro per queste esplicite dichiarazioni (il Papa ha fama di essere vendicativo, nonostante non perda occasione per raccomandare la misericordia), molti sacerdoti preferiscono sorvolare sulla vicenda di Abu Dhabi e, quando sono costretti a parlarne, spesso mentono sulla stessa finalità della trasferta papale, arrivando a sostenere (per placare la meraviglia dei fedeli) che il Pontefice si sia recato negli EAU in veste di “missionario”.

Cioè che il Papa sarebbe andato ad Abu Dhabi per convertirne gli abitanti (al 99% islamici) al cristianesimo.

Come S. Paolo all’areopago di Atene.

Dire il falso è l’unica arma che questi sacerdoti hanno a disposizione per cavarsi d’impaccio.

Peraltro, mentendo, essi si muovono nel solco della millenaria tradizione che vuole la Chiesa fedele al mandato evangelico di convertire i non cristiani.

Ora, secondo questo Papa, la conversione alla nostra religione non è più richiesta.

Lo può testimoniare la poveretta che, premiata con un’udienza papale per aver convertito un musulmano al cristianesimo, durante l’incontro fu sorpresa di scoprire che il Santo Padre non aveva affatto gradito il suo gesto.

Stante questo cambio di rotta, non si capisce perché continuino ad esistere istituti come il PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) e giornate come quelle dedicate alla raccolta fondi per le opere missionarie.

Per una migliore comprensione del cambio di paradigma attuato da questo Papa e, segnatamente del documento di Abu Dhabi (che, a mio avviso, ne rappresenta la sua massima espressione) consiglio di leggere, inter alia, anche il testo (intitolato “Chrislam”) che ho scritto nell’immediatezza dell’evento, ma che, per comodità del lettore ed in considerazione della sua brevità, ripropongo in queste pagine.

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