• Giglio Reduzzi

Elogio dell'imprenditoria

Benchè io non sia un imprenditore (e quindi non parli pro domo mea), se fossi al governo con quei “pieni poteri” che mi accorgo essere di facile acquisizione (lo vedo da come opera Giuseppe Conte), rinominerei tutte le piazze d’Italia intitolate a Garibaldi e le dedicherei a chi, con la sua creatività, ha dato lavoro alla gente del posto.

Cioè agli imprenditori locali. Forse nel meridione d’Italia ce ne sono pochi, ma qui al Nord per fortuna pullulano.

Naturalmente parlo degli imprenditori veri, quelli che corrono tutti i rischi connessi alla loro attività, non a quelli alla romana, che allestiscono una fabbrica in fretta e furia solo dopo essersi accaparrati la commessa ministeriale.

No, mi riferisco ai piccoli e medi datori di lavoro che abbondano nelle regioni del settentrione, al punto che in alcuni comuni lombardi il loro numero è di poco inferiore a quello delle famiglie residenti.

Quelli i cui padri lavoravano “sotto padrone”, ma in casa avevano un locale con dentro un telaio od un tornio, per avere un secondo reddito da destinare alla famiglia.

Locale che poi, cresciuti i figli, avrebbero trasformato in fabbrichetta, salendo dalla qualifica di artigiani a quella di industriali.

I più capaci, o anche solo i più fortunati, sono poi passati dal possedere una piccola azienda ad averne una grande, dando lavoro (e quindi fornendo un reddito) a migliaia di famiglie.

E’ vero che nel corso di queste trasformazioni la ricerca del profitto ha giocato un ruolo importante, ma è altrettanto vero che molti di questi imprenditori si sono poi rivelati dei veri e propri mecenati o benefattori.

Sarà che io sono stato particolarmente fortunato nel trovare riscontri a questa tesi nella mia esperienza vissuta; sta di fatto che, sia dove sono nato che dove ho trascorso parti della mia vita, ho sempre scoperto che l’asilo del comune era intitolato al nome dell’imprenditore locale, anche se la sua sede era….. in piazza Garibaldi.

Purtroppo ho la sensazione che questo sviluppo sia avvenuto solo nelle operose province del nord e che proprio per questo motivo molti comuni del sud siano rimasti senza asilo.

Anche molti ospedali del nord sono sorti, o sono diventati famosi, per iniziativa di imprenditori locali.

L’esempio più significativo è quello dell’ospedale “Gaslini” di Genova, che cura i bambini di mezzo mondo.

E che dire delle colonie estive dove i datori di lavoro mandavano i figli dei loro dipendenti a prendere il sole e levarli dalla strada?

Paternalismo? Sarà, ma è meglio di niente.

Purtroppo oggi gli ospedali del nord sono sotto accusa da parte del governo centrale per come hanno affrontato l’epidemia del corona virus.

Si tratta evidentemente di accuse infondate per una serie di ragioni, a cominciare dal fatto che, in molti casi, gli imprenditori che hanno costruito un ospedale, o anche solo un asilo, hanno svolto una provvidenziale funzione vicaria, avendo realizzato a loro spese un’opera che sarebbe spettata istituzionalmente allo Stato.

Ma in questa diatriba entrano in ballo altre due ragioni.

Entrambe molto significative.

La prima è che, per il momento, il governo centrale e quello delle regioni settentrionali sono fieramente divisi sul piano politico.

La seconda è che nessun ministro del governo centrale viene dall’impresa privata, mentre gli amministratori delle regioni del nord ci vengono quasi tutti.

Ed anche quelli che non ci vengono ne hanno respirato l’aria sin da piccoli.

Mettete insieme tutte queste ragioni e scoprirete che i mai sopiti dissapori nord/resto d’Italia oggi sono più giustificati che mai.

Trascorrere un periodo della propria attività lavorativa alle dipendenze di un’azienda privata è una grande scuola di vita che manca agli attuali ministri.

Solo nelle aziende che abbiano come titolare una persona fisica, e non solo “giuridica”, si impara l’arte di conseguire il fine con il minimo sforzo (che è poi l’essenza dell’economia) e nel contempo si acquisisce l’autostima.

Cioè la soddisfazione di essere parte essenziale di un processo creativo.

All’operaia che da sola sorveglia il buon funzionamento di dodici telai non verrebbe mai in mente di assentarsi dal lavoro, anche se le duole la schiena, perché lei sa che, se lo facesse, interromperebbe l’intera catena produttiva.

Dal canto suo, l’imprenditore non ignora che, se a sorvegliare quei dodici telai mettesse due operatrici al posto di una, il costo del suo manufatto aumenterebbe sino a non essere più competitivo con quello costruito, poniamo, in Cina.

Ho la sensazione che questa consapevolezza sfugga ai ministri in carica.

Molti di loro provengono dalla Pubblica Amministrazione dove questi problemi non sono mai stati tenuti nella giusta considerazione.

In una ipotetica manifattura di Stato sarebbe più facile trovare dodici operai per ogni telaio che dodici telai per ogni operaio. (Lo deduco dalla pletora di consulenti di cui si è circondato Giuseppe Conte.)

La lavoratrice di un’azienda privata non andrà mai a curarsi alle terme di Abano, dove i ricchi frequentatori di una volta sono stati sostituiti, non dagli imprenditori, tanto meno dai loro operai, ma dai funzionari della Pubblica Amministrazione.

Ci vuole molta ipocrisia per sostenere che nella P.A. sono pochi i dipendenti che simulano la loro presenza in ufficio e che tutti gli altri sono impegnati a “farsi il mazzo”, perché in realtà quelli presenti sono per lo più assenteisti in attesa che venga il loro turno.

In alcuni uffici statali è persino possibile trovare impiegati che, sfruttando i vari benefici di legge, si vantano di essere arrivati alla pensione senza mai aver fatto un solo giorno di lavoro.

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