• Giglio Reduzzi

Fede contagiosa (Contagious Faith)

Aggiornamento: 24 set 2021

Ho letto con vivo interesse (ed un po’ di sofferenza) il libro (per ora solo in inglese) del grande giornalista /editore cattolico Philip Lawler di Boston, in cui egli descrive le gravi conseguenze che l’epidemia COVID ha avuto e, ahimè, continuerà ad avere anche in campo religioso e, segnatamente, in quello cattolico.

Essendo americano egli dipinge la realtà che vede nel suo Paese, ma le sue osservazioni valgono anche per quanto sta succedendo in Italia.

Le situazioni sembrano proprio identiche.

Ciò che egli critica con insistenza è l’atteggiamento della gerarchia cattolica che, per la prima volta nella Storia, ha accettato, senza battere ciglio, tutte le restrizioni del lockdown imposte dallo Stato (ed anzi qualche volta ne ha adottato di più severe o di più estese nel tempo), quasi ne fosse contenta e non aspettasse altro.

A questo proposito egli cita il caso, non infrequente, dei parroci che dicevano messa nei parcheggi e dei fedeli che ricevevano la comunione rimanendo comodamente seduti nelle loro automobili.

Messe trasformate in cinema drive-in e Corpo di Cristo che transitava attraverso i finestrini delle macchine come fosse un sandwich.

L’autore non riesce a trovare una spiegazione a questa totale accondiscendenza della gerarchia, se non ricorrendo al senso di colpa (e desiderio di espiazione) che la Chiesa prova (e vuol dimostrare) per gli abusi sessuali commessi da taluni suoi rappresentanti e che proprio in America hanno trovato la loro massima diffusione.

Pare che un solo vescovo cattolico (quello di Brooklyn) abbia trovato la forza di ribellarsi a queste restrizioni governative, mentre molto più consistente sia stata la ribellione espressa, anche giudiziariamente, dai leader delle altre religioni, tra l’altro ottenendo l’incoraggiante consenso della Corte Suprema Federale.

Essendo un fervente cattolico, l’autore prevede, con sofferenza, che, sconfitto il COVID, la maggior parte dei fedeli non tornerà più in chiesa e che, di conseguenza, le chiese, già mezze vuote prima della pandemia, lo saranno ancora di più dopo.

I più propensi a tornare in chiesa per ascoltare la Messa saranno -secondo l’autore- i vecchi cattolici affezionati alla solennità del rito.

Cioè coloro che già prima della pandemia, quando ne avevano l’occasione, seguivano la messa secondo il rito tridentino (vetus ordo).

Lette queste parole, sono subito corso a vedere quando il signor Lawler le aveva scritte.

Ho così scoperto che il suo libro (Contagious Faith) era uscito prima del Motu Proprio con cui Papa Francesco ha fortemente ristretto la possibilità per i sacerdoti di celebrare la Messa secondo il rito tridentino.

Povero Lawler: cosa penserà ora?

Era proprio nei laudatores temporis acti che egli riponeva la speranza di rivedere un po’ di gente in chiesa!

Ebbene, se c’era qualche dubbio sulla bontà della decisione papale in sé (ed a mio avviso ce n’erano molti), certamente non possono essercene circa la sua tempestività.

E’ pacifico, secondo il mio punto di vista, che nessuna finestra temporale era più inadatta dell’attuale.

Più che un incentivo a riprendere le sane usanze di una volta, la bolla papale sembra fatta apposta per dissuadere i fedeli dal farlo.

Tanto più che essa, mentre restringe l’uso del vecchio rito fino a renderlo impraticabile, non dice nulla degli abusi (a volte di cattivo gusto) che vengono compiuti quando la Messa viene celebrata secondo il nuovo rito.

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