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  • Immagine del redattoreGiglio Reduzzi

Il "Bonus Facciate"

Perché a Mario Draghi non piace il “Bonus Facciate”?

Perché, trattandosi di un lavoro ad alto rendimento e basso investimento, attrae anche persone che, oltre a non possedere una propria impresa edile, non hanno la minima idea di come si gestisca un’azienda.

In sostanza questo “bonus” apre la strada alla malavita organizzata.

Anzi apre un’autostrada, perché la strada senza pedaggio lo Stato, nelle sue varie articolazioni, già la apre ogniqualvolta indice una gara d’appalto imponendo l’assegnazione al miglior offerente, senza assicurarsi che la ditta assegnataria abbia i mezzi e l’esperienza per svolgere il lavoro.

Non a caso si dice, scherzando, che le fondamenta della torre di Pisa siano state assegnate al miglior offerente.

In questa trappola c’è caduto anche un mio congiunto quando, da sindaco, si è trovato a dover costruire una caserma per i carabinieri.

La gara, che faceva gola ad una stimata impresa locale, fu vinta da una ditta di altra regione che aveva fatto il prezzo più basso.

Peccato che questa impresa, ottenuto il corposo anticipo, scomparve dall’orizzonte, lasciando i lavori a metà.

Sicchè il mio congiunto, per poter consegnare la caserma ai carabinieri, dovette andare in ginocchio dall’imprenditore locale, che aveva perso l’appalto, pregandolo di finire i lavori.

Purtroppo pare che in Italia, di queste situazioni, ne succeda una al giorno.

Forse non è un caso che la stagione dei “bonus” (tra cui, appunto, il “bonus facciate”) sia coincisa con quella di un governo totalmente estraneo al mondo produttivo (leggi: governo Conte).

Così estraneo da aver accumulato figuracce anche nell’acquisto di materiale strategico per la lotta alla pandemia.

E’ il biennio 2020-2021 che ha visto il trionfo delle imprese di “rito romano”.

Cioè di quelle imprese che nascono a Roma o dintorni, non appena si sparge la voce che il governo si appresti ad ordinare in fretta e furia dei materiali strategici, per esempio delle mascherine.

Ecco che allora un giornalista, udita la notizia, corre alla Camera di Commercio e costituisce una società avente come scopo l’importazione di materiali medicali.

Poi partecipa alla gara governativa con prezzi cinesi e se ne garantisce l’assegnazione, pur senza vantare alcuna esperienza previa nel settore e promettendo tempi di consegna che sa in partenza non essere rispettabili.

Sono le imprese di “rito romano”.

Che però non sono vere aziende, perché sono prive di quegli elementi essenziali che sono la professionalità ed il rischio aziendale.

Gli stessi elementi che mancano alle imprese, o sedicenti imprese, che vivono di bonus facciate.

Le uniche vere aziende sono quelle di “rito ambrosiano” che non lasciano i lavori a metà, ma semmai finiscono quelli iniziati dagli improvvisati concorrenti.

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