• Giglio Reduzzi

Le gite dell'oratorio

Specialmente nei piccoli comuni, la vita di noi ragazzi si svolgeva per buona parte del giorno attorno all’oratorio.

Che, per chi non lo sapesse, è quello spazio, vicino alla chiesa e gestito direttamente dal parroco o da un suo vice, in cui, non solo si prega (donde il nome), ma anche si gioca.

In genere a calcio.

Rientra nella missione ricreativa anche l’organizzazione delle gite.

La maggior parte delle quali tuttavia non era disgiunta da una finalità educativa.

E’ con l’oratorio che feci la mia prima gita senza genitori.

La meta era una di quelle che ti lascia sveglio tutta la notte prima della partenza: Roma.

E, naturalmente, il Vaticano.

Di quel viaggio ricordo solo due cose.

Primo, che sentendoci parlare tra noi in dialetto, i camerieri di una trattoria romana credevano che fossimo spagnoli.

Secondo, che sulla via del ritorno, fummo costretti a dividere il letto con ragazzi di un’altra parrocchia, perché c’era stato un disguido nelle prenotazioni.

Della seconda gita provo imbarazzo a parlarne ancora oggi, a distanza di decenni.

Ciò che mi fa ricordare con disagio la gita non è la destinazione, che era Torino, ma una delle mete comprese nell’itinerario: niente meno che la “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, meglio nota come “Cottolengo”.

Vi rendete conto di cosa voglia dire per un ragazzetto delle scuole medie visitare un luogo del genere?

Una casa dove delle anime sante si prendono cura di esseri umani così inguardabili che neppure i loro genitori vogliono vederli?

Per fortuna che qualcuno all’arrivo ha avuto il buon senso di risparmiarci la visita ai reparti più sconvolgenti.

Mi chiedo quale fosse lo scopo di quella visita, se non quello di indurci a pregare Dio giorno e notte e ringraziarlo di averci fatto nascere “normali”.

Ecco, credo che l’accenno a quella gita descriva, come meglio non si può, l’atmosfera in cui siamo cresciuti e che certamente è molto lontana da quella in cui viviamo oggi.

Ovviamente l’oratorio ci riservava anche mete un po’ più allegre.

Anche perché, allora (anni ’50), bastava poco per farci felici.

Per esempio ci portavano a sciare.

Il che costituiva motivo di gioia, anche se:

· si trattava di partire alle cinque di mattina,

· i luoghi designati erano sempre privi di impianti di risalita,

· gli sci mancavano di attacchi sicuri,

· nessuno sapeva sciare, per cui le cadute erano continue,

· i pantaloni non erano impermeabili come quelli di oggi, per cui il sedere rimaneva bagnato tutto il giorno.

Nonostante ciò, sulla corriera che ci riportava a casa trovavamo la forza di cantare.

Anche se il repertorio era limitato alle canzoni di montagna, tipo “Mazzolin di fiori”.

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