• Giglio Reduzzi

Mission accomplished

Aggiornato il: gen 17

Complice il COVID ho letto un altro di quei libri che in condizioni normali non avrei mai letto (il titolo non mi entusiasmava), ma ora sono contento di averlo fatto.

Si tratta de “La capanna di padre Carlo”, scritto da Christian Carlassare, padre comboniano, cioè missionario, cioè veneto, visto che non è lombardo.

Infatti, come sapete, i pochi missionari rimasti (il nuovo Papa è contrario alle conversioni) sono tutti o lombardi o veneti, come del resto erano gli ultimi tre Papi italiani.

Siccome tuttavia, verso la metà del libro, l’autore abbandona la descrizione delle sue peregrinazioni a carattere religioso per riferire di fatti di natura politica, ecco che allora egli involontariamente ha catturato la mia curiosità.

Infatti il libro è sostanzialmente una cronaca delle visite pastorali che il padre missionario ha compiuto in terra sud-sudanese, non da una parrocchia all’altra (che non esistono), né da una “cappella” all’altra (anch’esse inesistenti), ma nei villaggi dove il padre aveva operato in precedenza e formato dei cristiani.

Proprio come faceva S. Paolo quando andava (magari venendone cacciato) ad Atene, Corinto, Salonicco, Malta, Roma, ecc.

Ad attrarre la mia attenzione sono state soprattutto le pagine dove egli ci parla prima dei “signori della guerra” (uomini che possiamo definire “rais”) e poi dei ragazzini che essi reclutano per ….fargliela fare.

Si tratta, come è facile intuire, di storie tristi, ma purtroppo vere.

I “rais” sono quei capi tribù che, approfittando dell’assenza di un vero Stato (il Sud-Sudan è un Paese poverissimo e largamente in fieri), esercitano un potere quasi assoluto su una pluralità di villaggi.

Essi hanno generalmente da dieci a venti mogli (solitamente una per villaggio), anche se tengono con sé solo l’ultima (generalmente la più giovane).

La cosa strana è che, data l’impossibilità per il “rais” di essere presente contemporaneamente in tutti i villaggi, queste mogli sono autorizzate ad unirsi con uomini del posto e mettere al mondo dei figli.

I quali figli, avendo per madre donne che sono legalmente sposate al rais, si chiameranno tra loro “fratelli” e chiameranno “padre” il rais.

Oltretutto essi si riterranno onorati di far parte di una famiglia che a noi appare decisamente fuori misura.

Poi c’è il problema, più triste, dei ragazzi-soldato.

Sono i giovanetti che i rais reclutano nei villaggi sotto il loro controllo e mandano al fronte (non ho capito quale) senza fornire loro alcun equipaggiamento.

Di regola sono costretti a fare un periodo di addestramento militare in qualche remota postazione, che però devono raggiungere autonomamente, a piedi, senza cibo e senza scarpe.

Molti di loro, stremati dalla fatica, si fermano sotto un albero, si addormentano e muoiono.

Nel libro si parla di un centro di addestramento situato in Ethiopia e precisamente a Sarpam.

Tuttavia i ragazzi, prima di andarci, vanno a rifocillarsi al campo profughi allestito da una ONG in località Itang.

L’autore non precisa di quale ONG si tratti, ma dice semplicemente che essa opera per conto dell’ONU.

I ragazzi ci passano un mesetto, cioè il tempo per registrare

i loro nomi e ricevere gli “aiuti”.

Poi, in piccoli gruppi (“per non dare nell’occhio”) lasciano il campo profughi e si recano al centro di addestramento militare di Sarpam.

I documenti compilati a Itang vengono lasciati nelle mani di persone fidate che si incaricano di ritirare gli aiuti in loro assenza.

Tutto questo è scritto, con molta chiarezza, alle pagine 137 e 138 del libro.

Chi, come il sottoscritto, ha sempre diffidato del modus operandi delle ONG, soprattutto di quelle che operano nel Mediterraneo, trova qui una netta conferma.

E’ la stessa diffidenza che denuncia, con ben altra autorevolezza, anche il card. Robert Sarah nel suo libro “Si fa sera e il giorno ormai volge al declino”, a proposito delle tacite intese tra le navi ONG ed i cosiddetti “scafisti” libici.

Qualche dubbio sul modo di operare di queste organizzazioni “benefiche” lo nutre anche l’autore di questo libro.

Lo si deduce dalla lettera che egli scrive al suo confratello padre Enzo, dove dice chiaramente (cfr. pag. 140) che, secondo lui, i missionari dovrebbero stare a casa, non perché Dio non sia contento di loro, ma perché essi hanno portato a termine la loro missione.

Mission accomplished direbbero gli americani.

E dice anche perché:

“Al tempo del nostro Comboni li si faceva schiavi (sottinteso gli Africani), convinti che non fossero esseri umani. Ora sono presidenti, ministri, professori, vescovi e cardinali di Santa Romana Chiesa”.

E ancora (pag. 141):

“Ci sono le ONG ormai che, seppur difettose, fanno la promozione umana. In passato l’abbiamo fatta noi, a discapito purtroppo dell’evangelizzazione diretta.”

Non credo che occorra molto sforzo per cogliere in queste parole, da un lato, molta diffidenza per l’operato delle ONG e, dall’altro, un po' di mortificazione per il fatto che il lavoro del missionario non interessa più a nessuno, a partire dal grande capo.

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