• Giglio Reduzzi

Rudimenti di economia

Aggiornato il: gen 13

Se mai i miei nipoti mi chiedessero di spiegare loro cos’è l’economia (cosa che si guardano bene dal fare), mi sforzerei di usare un linguaggio semplice e parlerei loro nei seguenti termini:

1. l’economia è l’arte di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

2. Allo Stato compete fare le cose che, richiedendo un grande impegno organizzativo e finanziario, il singolo non può fare. Tipo strade, scuole, prigioni ed ospedali.

3. Perché lo Stato possa fare quelle cose è necessario che i cittadini gli diano i mezzi per realizzarle.

Ciascuno nei limiti delle proprie possibilità. Questi “mezzi” si chiamano imposte e/o tasse.

4. Evadere le tasse è un crimine. Salvo che un cittadino rinunci in partenza ad usufruire dei servizi forniti dallo Stato.

Cosa che può fare solo espatriando. Una volta per sempre. Non che faccia dentro e fuori secondo la convenienza.

5. Perché al punto 3 si dice che ciascun cittadino deve pagare le tasse “nei limiti delle proprie possibilità?

Semplice: perché la ricchezza si trova distribuita tra i cittadini in modo diseguale.

Poveri e ricchi sono sempre esistiti. Nessuno è mai riuscito ad abolire la povertà.

6. Tentare di ridurre le distanze tra ricchi e poveri costituisce l’assillo costante dei partiti politici cosiddetti di sinistra (comunisti, socialisti, ecc.), mentre i partiti di destra sono più interessati a creare ricchezza.

7. Questa può essere creata solo da aziende che nascono dalla libera iniziativa dei singoli cittadini o piccoli gruppi dei medesimi.

8. Lo Stato deve limitarsi a creare le condizioni perché queste iniziative crescano e prosperino.

Non può occuparsene direttamente, perché i servizi in cui è impegnato, oltre ad essere di grandi dimensioni, sono generalmente slegati dalle leggi dell’economia, in quanto rivolti più al fine (per esempio assicurare la salute dei cittadini) che ai mezzi utilizzati per raggiungerlo.

Dunque a qualunque costo, mentre, come abbiamo visto, l’economia prevede che il fine venga raggiunto con il minimo sforzo.

9. Quali sono le condizioni che lo Stato deve garantire al cittadino, italiano o straniero, che desideri impiantare una fabbrica in Italia?

Le condizioni sono che gli vengano garantiti:

a) Il libero accesso alle infrastrutture esistenti, eventualmente migliorandole,

b) La libertà d’impresa (cioè la libertà di scegliere a suo piacimento il miglior modo di combinare materie prime e manodopera),

c) Una struttura statale non ostile (meglio se amica) ed, in particolare, un giusto e rapido processo nell’eventualità che l’imprenditore incappi in una lite giudiziaria,

d) Un’equa tassazione dei profitti nascenti dalla sua iniziativa.

10. Si tratta, come è facile vedere, di condizioni minime che, se mancano, rendono l’impresa impossibile, specie se a mancare ce n’è più di una.

Prendiamo, per esempio, il requisito della libertà d’impresa.

Se ad un imprenditore viene imposto di assumere 10 lavoratori, in luogo dei 5 che lui aveva stimato essergli necessari (magari suggerendogli anche i nomi), è chiaro che lui desisterà dal suo progetto produttivo.

E’ per questa ragione che gli imprenditori stanno alla larga dalle aree a forte presenza mafiosa.

Se queste sono le regole, allora possiamo passare ad analizzare la situazione italiana.

Come tutti sanno, stiamo attraversando un momentaccio. E non solo in campo economico.

Ma, rimanendo in questo settore, notiamo che è iniziato da tempo un processo di de-industrializzazione.

Nel senso che le aziende, comprese le più note, o chiudono o delocalizzano. Cioè vanno altrove. Le ragioni?

Evidentemente sono venute meno alcune delle condizioni che abbiamo ritenuto essenziali per uno sviluppo positivo dell’economia.

Questo processo di de-industrializzazione ci colpisce particolarmente per il fatto che esso si sta verificando molto rapidamente ed è in contraddizione con il processo inverso che avevamo sperimentato nell’immediato dopoguerra (anni ’40 e ’50).

Allora l’Italia era ridotta ad un cumulo di macerie e tutti avvertirono la necessità di ricostruire il Paese.

Si fecero un sacco di infrastrutture e si crearono un gran numero di aziende.

Si parlò addirittura di miracolo economico, anche se avrei qualche esitazione a definirlo tale, per il fatto che:

a) A protezione delle aziende italiane, il governo aveva creato una fitta rete di barriere doganali che rendeva economicamente vantaggioso il made in Italy anche se prodotto a costi maggiori. (Non a caso, quando fu tolto lo scudo dei dazi doganali, molte aziende andarono a gambe all’aria);

b) Non esisteva alcuna sensibilità ambientale, per cui si produceva senza riguardo all’inquinamento che si provocava (cementifici, acciaierie, industrie chimiche);

c) Nel lodevole intento di assicurare un impiego (e quindi un reddito) a tutti, lo Stato non esitò a sconfinare in terreni che non gli erano propri (fino a produrre panettoni) e, soprattutto, a gonfiare oltre misura i suoi organici.

Ora, come dicevo prima, è iniziato un periodo di de-industrializzazione.

Alcune aziende chiudono ed altre delocalizzano.

Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti: i dazi sono spariti ed è aumentata la sensibilità ecologica.

Cioè sono mutate le condizioni “al contorno” in cui si era sviluppato il cosiddetto miracolo economico.

Tra le aziende che hanno chiuso ci sono aziende, come la Necchi e l’Olivetti, che costituivano il fiore all’occhiello dell’industria italiana.

Tra quelle che hanno delocalizzato c’è addirittura la Fiat che era considerata il simbolo dell’industria meccanica italiana.

Ma l’elenco è lunghissimo e comprende anche il tipo di aziende considerato il più indicativo della creatività italiana, cioè l’alta moda.

Il fenomeno riguarda, a maggior ragione, le imprese tuttora rimaste allo Stato, o che sono state privatizzate solo de iure, avendo continuato ad essere gestite con criteri anti-economici.

Perché, in questo caso, oltre alle condizioni “al contorno”, vengono ritenute superate anche quelle relative al tipo di gestione.

In questa categoria ricadono le aziende di cui maggiormente si parla oggi: l’Alitalia e l’ArcelorMittal (ex Ilva).

E’ del tutto evidente che specialmente la prima ha sempre operato con criteri anti-economici e difatti sono anni che lo Stato la tiene in vita artificialmente iniettando ogni anno i fondi necessari ad impedirne il fallimento.

Purtroppo nel caso dell’Alitalia si è particolarmente restii a lasciarla fallire per il fatto che essa è vista più come un vessillo nazionale che un’azienda.

Inoltre, ad aggravare la situazione, ci pensa anche il personale dipendente che, anziché aiutare l’impresa per cui lavora, come avviene in America, contribuisce ad affossarla con continui inutili scioperi.

Cioè con la peggior arma possibile, perché mette in luce, contemporaneamente, l’indifferenza che gli operatori provano sia per i gravi disagi che procurano agli incolpevoli passeggeri che il danno economico che causano alla loro stessa società.

E’ evidente che, così facendo, essi dimostrano di essere ancora succubi degli insegnamenti del vecchio partito comunista, secondo cui il datore di lavoro è il nemico da abbattere, altro che l’amico da aiutare!

La gestione fallimentare dell’Alitalia si manifesta nel fatto che essa è largamente sovradimensionata per numero di dipendenti.

Non è un caso che, ogni volta che si presenta un potenziale compratore, egli imponga come prerequisito una drastica riduzione del personale occupato.

Né serve che l’azienda venga ceduta a quel compratore che, per ingenuità o generosità, prometta il minor numero di licenziamenti, perché prima o poi la cattiva gestione verrà a galla. Quod differtur non aufertur.

Per maggiori informazioni sul caso Alitalia, consiglio la lettura del mio saggio:

https://documentcloud.adobe.com/link/track?uri=urn%3Aaaid%3Ascds%3AUS%3A9d09d1b9-014a-4399-8cf4-8b648b560315

Circa l’ArcelorMittal, la partita è ancora in corso, ma temo che il sig. Mittal, acquistando questo vecchio carrozzone statale, abbia fatto lo stesso errore che già fece il sig. Riva e che ora ne sia amaramente pentito.

Infatti in questo momento egli si trova a combattere contemporaneamente contro i sindacati, il governo e la magistratura.

Che, per giunta, fanno richieste diverse l’una dall’altra.

C’è persino chi gli chiede di spegnere un forno e chi gli suggerisce di guardarsi bene dal farlo!

Alla faccia della libertà d’impresa.















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