• Giglio Reduzzi

Siamo in una via di mezzo

Aggiornamento: 4 giu 2020

Ho più volte sostenuto che nel famoso principio costituzionale secondo cui “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, la seconda frase sembra fatta apposta per svuotare di significato la prima, di cui tanto ci vantiamo, naturalmente a sproposito.

Se c’è una frase citata “fuori contesto” è proprio la prima, quando non venga letta insieme alla seconda!

Infatti, mentre ci siamo sempre illusi che il principio enunciato fosse un “sì, sì”, in realtà era (e col tempo è sempre più diventato), un “sì, ma”.

Esso sarebbe un sì sì, solo se il Parlamento (cui viene costituzionalmente delegato il potere di dare o negare la fiducia all’Esecutivo) fosse lo specchio fedele della volontà popolare, cioè degli elettori.

Purtroppo si dà il caso che così non sia, per due ordini di ragioni: due derivanti dalla Costituzione stessa, che pertanto chiameremo “intrinseche”, e due che possiamo definire “estrinseche”.

Quelle intrinseche derivano, una, dall’articolo che assegna al Capo dello Stato la facoltà di nominare sino a cinque senatori a vita, che dunque, con la loro sola presenza, possono alterare significativamente la composizione del Senato.

La seconda dall’articolo che sottrae al deputato il vincolo di mandato, per cui egli è libero, una volta eletto, di iscriversi al gruppo che gli fa più comodo, indipendentemente dal mandato ricevuto dai suoi elettori.

Le due ragioni estrinseche sono:

  • l’ingresso in Parlamento di persone giovani che, vuoi per il fatto (anomalo, ma reale) di essere in cerca di prima occupazione, vuoi per quello di essere poco ideologizzate (al punto di votare in difformità dalle promesse elettorali), hanno dilatato enormemente il solco tra elettori e Parlamento;

  • la scansione quinquennale delle elezioni politiche, cioè il fatto che la Costituzione preveda che il “sentiment” popolare venga rilevato ogni cinque anni; che è un tempo decisamente troppo lungo, se si considera che nel frattempo tale “sentiment” viene rilevato quasi ogni anno per le esigenze elettorali di organizzazioni (tipo Regioni e Unione Europea) che, all’epoca in cui fu redatta la Carta fondamentale, manco esistevano.

E’ in forza di queste ragioni che Sergio Mattarella non avrebbe dovuto dar vita al presente esecutivo senza un nuovo passaggio elettorale (come tutti i partiti si aspettavano, tra l'altro).

Infatti egli sapeva, sin dall’esito delle elezioni europee del 2019, che il sentiment popolare non era più quello delle elezioni politiche del 2018.

Appellarsi, come ha fatto, alla circostanza che il nuovo dato si riferiva ad elezioni contrassegnate da una diversa denominazione (e pertanto non valido) è stato un formalismo che faceva comodo ai partiti soccombenti, che così hanno trovato modo di prendere (e tenersi stretto) il potere.

Cosa c’è infatti di più politico di un’elezione europea, salvo il nome?

Morale della favola: abbiamo al governo ministri (tipo Roberto Speranza) il cui partito alle ultime elezioni europee ha preso il 2% dei voti ed abbiamo all’opposizione uomini che, alle stesse elezioni, avevano preso più del 30%.

Non siamo più in regime dittatoriale, ma non siamo ancora in regime democratico.

Siamo in una via di mezzo.

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